La Morte della Morte nella Morte di Cristo (Estratti)
UN TRATTATO SULLA REDENZIONE E SULLA RICONCILIAZIONE
CHE E' NEL SANGUE DI CRISTO, CON IL MERITO DEL QUALE, E LA SODDISFAZIONE
DA ESSO OTTENUTA
John Owen
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LIBRO I
CAPITOLO I
In generale del fine della morte di Cristo, come è
proposto nella Scrittura.
Per fine della morte di Cristo, noi intendiamo in
generale, le due cose,—primo, quello che suo Padre e lui stesso
intesero in essa; e secondo, quello che fu efficacemente ottenuto
e raggiunto con essa. Riguardo ad entrambi possiamo dare un
rapido sguardo alle espressioni utilizzate dallo Spirito Santo:—
I. Per il primo. Volete conoscere il fine con il
quale, e l’intenzione con cui, Cristo venne nel mondo? Chiediamolo a
lui stesso (il quale conosceva i propri pensieri, come pure tutti i
segreti del cuore di suo Padre), e lui ci dirà che "il Figliuol
dell'uomo è venuto per salvar ciò che era perito," Mt.
18:11,—per redimere e salvare i poveri peccatori perduti; questo era
il suo intento e disegno, come è affermato ancora in Luca 19:10.
Chiedete anche ai suoi apostoli, che conoscono i suoi pensieri, e vi
diranno lo stesso. Così Paolo, in I Ti. 1:15, "Certa è questa
parola, e degna d'essere accettata per ogni maniera: che Cristo Gesù è
venuto nel mondo, per salvare i peccatori." Ora, se voi chiederete
chi sono questi peccatori verso i quali egli ha avuto questo benevolo
intento e scopo, egli stesso vi dice, in Mt. 20:28, che egli venne per
"per dar l'anima sua per prezzo di riscatto per molti;"
in altri passi chiamati noi, i credenti, distinti dal mondo:
perché egli "ha dato sè stesso per i nostri peccati, per ritrarci
dal presente malvagio secolo, secondo la volontà di Dio, nostro
Padre," Ga. 1:4. Questa fu la volontà ed intenzione di Dio, che
egli dovesse dare se stesso per noi, perché potessimo essere salvati,
essendo separati dal mondo. Essi sono la sua chiesa: Ef. 5:25-27 "Egli
ha amata la Chiesa, e ha dato sè stesso per lei; cciocchè, avendola
purgata col lavacro dell'acqua, la santificasse per la parola; per farla
comparire davanti a sè, gloriosa, non avendo macchia, nè crespa, nè
cosa alcuna tale; ma santa ed irreprensibile." le quali ultime
parole esprimono anche il preciso obiettivo e fine di Cristo nel dare se
stesso per alcuni, proprio perché essi fossero resi adatti a Dio, e
condotti presso di Lui; questo similmente è affermato in Tt. 2:14
"Il quale ha dato sè stesso per noi, acciocchè ci riscattasse
d'ogni iniquità, e ci purificasse per essergli un popolo acquistato in
proprio, zelante di buone opere." Talmente chiara, quindi, ed
evidente è l’intenzione e il piano di Cristo e di suo Padre in questa
grandiosa opera, proprio ciò che fu, e nei confronti di chi,—ovvero,
per salvarci, per liberarci dal mondo malvagio, per purificarci e
mondarci, per renderci santi, zelanti, fruttuosi nelle buone opere, per
renderci accettabili, e per condurci a Dio; perché per mezzo di lui
"abbiamo avuta, per la fede, introduzione in questa grazia, nella
quale sussistiamo" Ro. 5:2.
II. L’effetto, inoltre, e il reale risultato dell’opera
stessa, o quello che è conseguito e realizzato con la morte, versamento
di sangue, o oblazione di Gesù Cristo, è non meno chiaramente
manifestato, ma altrettanto pienamente, e molto spesso distintamente,
espresso;—primo, come Riconciliazione con Dio, attraverso la
rimozione e l’abbattimento dell’inimicizia esistente tra lui e noi;
perché "Perciocchè se, mentre eravamo nemici, siamo stati
riconciliati con Dio per la morte del suo Figliuolo;" Ro. 5:10.
"Iddio ha riconciliato il mondo a sè in Cristo, non imputando agli
uomini i lor falli;" II Co. 5:19; invero, "Dio ci ha
riconciliati a sè, per Gesù Cristo;", verso 18. E se volessi
sapere come questa riconciliazione fu realizzata, l’apostolo ti dirà
che "ha nella sua carne annullata l'inimicizia, la legge de'
comandamenti, posta in ordinamenti; acciocchè creasse in sè stesso i
due in un uomo nuovo, facendo la pace; e li riconciliasse amendue in un
corpo a Dio, per la croce, avendo uccisa l'inimicizia in sè stesso."
Ef. 2:15, 16: così che "egli è la nostra pace," verso 14.
Secondo, come Giustificazione, portando via la colpa dei peccati,
procurando la loro remissione e il perdono, redimendoci dal loro potere,
con la maledizione e l’ira a noi dovute per essi; perché "per lo
suo proprio sangue, è entrato una volta nel santuario, avendo
acquistata una redenzione eterna." Eb. 9:12. "ci ha riscattati
dalla maledizione della legge, essendo per noi fatto maledizione"
Ga. 3:13; "ha portato egli stesso i nostri peccati nel suo corpo,
in sul legno;" I Pi. 2:24. Noi tutti "abbiamo peccato, e siamo
privi della gloria di Dio," ma siamo "gratuitamente
giustificati per la grazia d'esso, per la redenzione ch'è in Cristo
Gesù. Il quale Iddio ha innanzi ordinato, per purgamento col suo sangue,
mediante la fede; per mostrar la sua giustizia, per la remission de'
peccati," Ro. 3:23-25: perché in lui "abbiamo la redenzione
per lo suo sangue, la remission de' peccati," Cl. 1:14. Terzo, come
Santificazione, per mezzo della purificazione dalla lordura e
dalla contaminazione dei nostri peccati, rinnovandoci nell’immagine di
Dio, e rifornendoci con le grazie dello Spirito di santità: perché
"il sangue di Cristo, il quale per lo Spirito eterno ha offerto sè
stesso puro d'ogni colpa a Dio, purificherà egli la vostra coscienza
dalle opere morte, per servire all'Iddio vivente," Eb. 9:14; si,
"il sangue di Gesù Cristo, suo Figliuolo, ci purga di ogni peccato."
I Gv. 1:7. "dopo aver fatto per sè stesso il purgamento de' nostri
peccati" Eb. 1:3. Per "santificare il popolo per lo suo
proprio sangue, ha sofferto fuor della porta," Eb 13:12."Egli
diede se stesso per la chiesa per santificarla e purgarla, affinché
fosse santa e irreprensibile," Ef. 5:25-27. In modo peculiare fra
le grazie dello Spirito, "ci è stato dato," huper Christou,
per Cristo, di credere in lui,” Fl. 1:29; Dio “ci ha benedetti
d'ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo.” Ef. 1:3.
Quarto, come Adozione, con la libertà evangelica e tutti
quei gloriosi privilegi che spettano ai figli di Dio; perché "Iddio
ha mandato il suo Figliuolo, fatto di donna, sottoposto alla legge;
affinchè riscattasse coloro ch'eran sotto la legge, acciocchè noi
ricevessimo l'adottazione." Ga. 4:4, 5. Quinto, Né gli effetti
della morte di Cristo terminano qui; essi non ci lasciano finché non
siamo stabiliti in cielo, nella gloria e nell’immortalità per sempre.
La nostra eredità è una "proprietà acquistata," Ef. 1:14.
"perciò egli è mediatore del nuovo testamento; acciocchè,
essendo intervenuta la morte per lo pagamento delle trasgressioni state
sotto il primo testamento, i chiamati ricevano la promessa della eterna
eredità." Eb. 9:15. La sostanza di tutto è,—La morte e il
versamento del sangue di Gesù Cristo ha ottenuto ed efficacemente
procurato, per tutti coloro i quali era intesa, la redenzione eterna,
che consiste nella grazia qui e nella gloria in seguito.
III. Così piene, chiare, ed evidenti sono le
espressioni della Scrittura riguardo agli obiettivi e agli effetti
della morte di Cristo, che un uomo penserebbe che tutti quanti andassero
di corsa a leggerne. Ma dobbiamo restare fermi: fra tutte le cose nella
religione Cristiana, difficilmente esiste una cosa più contestata di
questa, che sembra essere uno dei principî fondamentali. C’è una
diffusa convinzione di un riscatto generale pagato da Cristo per
tutti; che egli morì per redimere tutti, nessuno escluso,—non
solo per molti, la sua chiesa, gli eletti di Dio,
ma anche per ognuno della posterità di Adamo. Ora, i maestri di questa
opinione devono vedere chiaramente e facilmente, che se quello fosse il
fine della morte di Cristo che noi facciamo affermare alla Scrittura, se
quelli prima menzionati sono i frutti e i prodotti immediati e
conseguenti, allora una di queste due cose deve necessariamente seguire:—primo,
che o Dio e Cristo hanno fallito nel loro intento proposto, e non hanno
portato a termine quello che avevano progettato, in quanto la morte di
Cristo non è uno strumento adeguatamente proporzionato per
raggiungere quel fine (perché una qualunque causa di fallimento non
può essere deferita ad altri); affermare la qual cosa ci sembra un’ingiuria
blasfema alla saggezza, potenza, e perfezione di Dio, e ugualmente
riduttiva nei confronti del rilievo e del valore della morte di Cristo;—
oppure, che tutti gli uomini, la posterità di Adamo, devono essere
salvati, purificati, santificati e glorificati; cosa che sicuramente
essi non potranno sostenere, o almeno che le Scritture e la dolorosa
esperienza di milioni non consentiranno. Di conseguenza, per dare un
tono tollerabile alla loro convinzione, devono e di fatto negano che Dio
e suo Figlio avessero un tal fine assoluto o scopo nella morte o
versamento del sangue di Gesù Cristo, o che una qualunque cosa del
genere sia stata immediatamente procurata e acquistata da essa, come
prima accennato; ma che Dio non avesse inteso nulla, né che Cristo
abbia realizzato alcuna cosa,—che nessun beneficio sia sorto ad alcuno
immediatamente dalla sua morte tranne quelli comuni a tutte le anime,
come se non fossero mai così maledettamente increduli qui e eternamente
dannati dopo, fino a che un atto di qualcuno, non procurato per essi da
Cristo (poiché se fosse così, perché non ce l’hanno tutti allo
stesso modo?), cioè la fede, li distingue dagli altri. Ora, poiché
questo a me sembra indebolire la virtù, il valore, i frutti e gli
effetti della soddisfazione e della morte di Cristo,—servendo, inoltre,
come base per una persuasione pericolosa, sconfortante ed errata—dichiarerò,
con l’assistenza del Signore, che la Scrittura afferma entrambe queste
cose, sia l’affermazione che intendo provare che quella che ne è
portata come prova; desiderando che il Signore per mezzo del suo Spirito
ci guidi in tutta la verità, per darci comprensione in tutte le cose, e
se qualcuno la pensasse diversamente, di rivelare queste cose anche a
lui.
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LIBRO III
CAPITOLO I
Argomenti contro l'universalità della redenzione. I
primi due, dalla natura del nuovo patto, e dalla dispensazione dello
stesso
ARGOMENTO I. Il primo argomento può essere
preso dalla natura del patto di grazia, che fu stabilito, ratificato, e
confermato nella e dalla morte di Cristo; quello fu il testamento di cui
egli fu il testatore, che fu ratificato nella sua morte, e da cui il suo
sangue fu chiamato "Il sangue del nuovo testamento,"
Mt. 26:28. Nè possono gli effetti di essa essere estesi oltre il raggio
di questo patto. Ma ora questo patto non fu stabilito universalmente con
tutti, ma particolarmente con alcuni, e quindi questi soltanto furono
intesi nei benefici della morte di Cristo.
Questa conclusione è evidente dalla natura del patto
stesso, descritto chiaramente, Gr. 31:31, 32, "Ecco, verranno i
giorni», dice l'Eterno, «nei quali stabilirò un nuovo patto con la
casa d'Israele e con la casa di Giuda, non come il patto che ho
stabilito con i loro padri nel giorno in cui li presi per mano per farli
uscire dal paese di Egitto, perché essi violarono il mio patto, benché
io fossi loro Signore»; dice l'Eterno;" e Eb. 8:9-11 "non
come il patto che feci con i loro padri, nel giorno che li presi per
mano per condurli fuori dal paese di Egitto, perché essi non sono
rimasti fedeli al mio patto, ed io li ho rigettati, dice il Signore.
Questo dunque sarà il patto che farò con la casa d'Israele dopo quei
giorni, dice il Signore, io porrò le mie leggi nella loro mente e le
scriverò nei loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio
popolo. E nessuno istruirà più il suo prossimo e nessuno il proprio
fratello, dicendo: "Conosci il Signore!". Poiché tutti mi
conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro". In cui,
prima di tutto, la condizione del patto non viene detto che fosse
richiesta, ma è promessa in modo assoluto: "Io metterò il timore
nei loro cuori". E questa è la differenza principale fra il
vecchio patto d'opere e il nuovo di grazia, che in quello il Signore
richiedeva solo la soddisfazione della condizione prescritta, mentre in
questo promette di operarla Egli stesso in coloro con i quali il patto
è stabilito. E senza questa efficacia spirituale, la verità è che il
nuovo patto, riguardo al fine di un patto (portarci e legarci a Dio),
sarebbe altrettanto debole e infruttuoso del vecchio. Perché in cosa
consisteva la debolezza e l'infruttuosità del vecchio patto, per cui
Dio nella sua misericordia lo ha abolito? Non consisteva forse in questo,
che, a causa del peccato, noi non eravamo capaci di adempierne la
condizione "Fai questo, e vivrai"? Altrimenti la connessione
è ancora vera, che "colui che fa queste cose vivrà." E siamo
forse in qualche modo più capaci di adempiere la condizione del nuovo
patto? Non è altrettanto facile per un uomo con le sue forze di
adempiere tutta la legge, così come di pentirsi e credere alla promessa
del vangelo per la salvezza? Questo, allora, è una differenza
fondamentale fra questi due patti, - che nel vecchio il Signore richiese
solo la condizione; ora, nel nuovo, Egli la renderà anche efficace in
tutti i federati a cui il patto è esteso. E se il Signore dovesse solo
esigere l'obbedienza richiesta da noi nel patto, e non operarla e
renderla efficace in noi, il nuovo patto sarebbe solo una dimostrazione
per aumentare la nostra miseria, e non un seria intenzione di impartire
e comunicare grazia e misericordia. Se, quindi, questa è la natura del
nuovo testamento, come è evidente dalle sue stesse parole, e potrebbe
essere abbondantemente provato, che la condizione del patto debba con
certezza, per libera grazia, essere operata ed ottenuta in tutti quelli
che sono portati nel nuovo patto, allora nessun altro è in questo patto
se non coloro nei quali queste condizioni sono realizzate.
Ma questo, è evidente, non è vero per tutti;
poiché "non di tutti è la fede", essa è "degli eletti
di Dio", quindi non è stabilito con tutti, né il suo raggio è
esteso oltre la rimanenza secondo l'elezione. Invero, se ogni
benedizione del nuovo patto è certamente comune, e deve essere
comunicata a tutti i membri del patto, allora la fede o non è in
nessuno di essi, o tutti devono averla, se consideriamo il patto stesso
come generale. Ma alcuni potrebbero dire che è vero che Dio promise di
scrivere la sua legge nei nostri cuori, e di mettere il timore di Lui
nel nostro intimo, ma che è su condizione. Datemi questa condizione, ed
io produrrò la causa. E' forse che essi credano? Non si può immaginare
nient'altro. Cioè, se essi hanno la legge scritta nei loro cuori (come
l'ha chiunque crede), allora Dio promise di scrivere la sua legge nei
loro cuori! E' questo probabile, amici? E' una semplice possibilità?
Non posso, quindi, essere persuaso che Dio abbia stabilito un patto di
grazia con tutti, specialmente coloro che non hanno mai sentito una
parola di patto, grazia, o sue condizioni, e tanto meno non hanno
ricevuto la grazia per l'adempimento della condizione; senza la quale il
tutto sarebbe infruttuoso e inutile. Il patto è stabilito con Adamo, ed
egli è reso partecipe di esso, Ge. 3:15, rinnovato con Noè, e non gli
viene nascosto, ancora è stabilito con Abraamo, accompagnato da una
piena e ricca dichiarazione delle sue principali promesse, Ge. 12; il
che indubbiamente non è realizzato con tutti, come sarà evidente in
seguito. Invero, quella prima distinzione fra il seme della donna e il
seme del serpente è sufficiente per rimuovere la pretesa universalità
del patto di grazia, poiché chi oserebbe affermare che Dio sia entrato
in un patto di grazia con il seme del serpente?
E' oltremodo chiaro, quindi, che il nuovo patto di
grazia, e le sue promesse, sono tutte di una misericordia distintiva,
limitata al popolo che Dio ha preconosciuto, e quindi non sono estese
universalmente a tutti. Ora, essendo il sangue di Gesù Cristo il sangue
di questo patto, e la sua oblazione intesa solo a procurare le buone
cose intese e promesse in esso, - poiché egli ne fu il garante, Eb.
7:22, e di quello soltanto - non è concepibile averle in rispetto a
tutti o a chiunque, ma solo a coloro che sono intesi in questo patto.
ARG. II. Se il Signore decise che avrebbe dovuto,
così come fece con la sua morte, procurare il perdono dei peccati e la
riconciliazione con Dio per tutti indistintamente, affinché ne
godessero realmente a condizione della fede, allora questa benevolenza e
intenzione di Dio, con questo acquisto effettuato in loro vece da Gesù
Cristo, dovrebbe essere rese note con la parola, così che essi possano
credere, perché "la fede viene dall'udire, e l'udire è
attraverso la parola di Dio," Ro. 10:17. Perché se queste cose
non sono rese note e rivelate ad ogni singolo individuo che è
interessato da esse, ovvero, a coloro che il Signore intende e per i
quali egli ha procurato un sì grandioso bene, allora una di queste cose
ne seguirà:—primo, o che essi possono essere salvati senza la fede in
Cristo e la conoscenza di lui (che essi non possono avere a meno che non
sia rivelata loro), il che è falso, e dimostrato tale;—oppure,
secondo, che questa benevolenza di Dio, e l'acquisto fatto da Gesù
Cristo, è chiaramente vano, e frustrato rispetto a loro, invero, un
chiaro dileggio di essi, che né farà loro alcun bene per aiutarli ad
uscire dalla miseria, né servirà la giustizia di Dio nel lasciarli
inescusabili, perché quale colpa può essere addotta loro per non aver
abbracciato e ben usato un beneficio di cui essi non hanno mai sentito
parlare nella loro vita? Diventa così la giustizia di Dio di mandare
Cristo a morire per gli uomini affinché possano essere salvati, e non
fare mai in modo che questi uomini odano una tal cosa, e tuttavia di
prefiggersi e dichiarare che a meno che non ne odano e credano, essi non
siano mai salvati? Quale uomo savio pagherebbe un riscatto per il
rilascio di prigionieri che egli è sicuro non verranno mai a conoscenza
che un tal pagamento sia stato fatto, e quindi non trarne mai un
miglioramento? E' attribuibile alla bontà di Dio, di trattare così le
sue povere creature? Di fingere di tenere davanti a loro il più intenso
amore immaginabile, oltre ogni confronto ed illustrazione,—come è
evidente essere il Suo amore nel mandarci suo Figlio—e tuttavia non
far mai sapere loro di una tal cosa, ma alla fine condannarli per non
aver creduto? E' attribuibile all'amore e alla bontà di Cristo verso di
noi, di assegnare alla sua morte una tale risoluzione: "Io otterrò
ora, attraverso la mia stessa oblazione, pace e riconciliazione con Dio,
redenzione e salvezza eterna, gloria eterna nei cieli più alti, per
ogni singolo individuo, anche per tutti quei poveri, miserabili, tristi
vermi, vili condannati, che ogni ora si dovrebbero attendere la sentenza
di condanna; e tutto questo sarà sinceramente e veramente comunicato
loro se crederanno. Ma tuttavia, disporrò le cose in modo tale che
innumerevoli anime non apprendano una sola parola di tutto questo che ho
fatto per loro, non siano mai persuase a credere, né ricevano mai
proposto loro l'oggetto della fede che debba essere creduto, con cui
essi possano in effetti partecipare di queste cose?" Fu questo il
pensiero e la volontà, il disegno e il fine del nostro misericordioso
sommo sacerdote? Dio non voglia. E' lo stessa cosa se un principe
dicesse e proclamasse, essendoci dei prigionieri tenuti nelle sofferenze,
ed avendo egli un grande tesoro, di essere risoluto a redimerli tutti,
così che ognuno di essi uscisse di prigione e lo ringraziasse per la
sua benevolenza, e nello stesso tempo non si curasse di far conoscere a
quei poveri prigionieri le sue intenzioni e compiacimento; e tuttavia
fosse assolutamente certo che a meno che non lo realizzasse egli stesso
nulla sarebbe mai fatto. Non sarebbe questo interpretato come un gesto
vano e stravagante, privo di alcuna buona intenzione verso quei poveri
prigionieri? O se un medico dicesse di avere una medicina capace di
curare tutte le malattie, e intendesse curare le malattie di tutti, ma
non renda note le sue intenzioni o la medicina a nessuno tranne che a
pochissimi; e tuttavia essere certo che senza la sua relazione ed
informazioni particolari essa sarà nota a pochissimi. E dovremmo
supporre che egli desideri, intenda e miri alla guarigione di tutti?
Ora, è estremamente chiaro dalle Scritture e
dall'esperienza di tutte le epoche, sia sotto la vecchia dispensazione
del patto che la nuova, che innumerevoli uomini, intere nazioni, per una
lunga era, vengono ignorati nella proclamazione di questo mistero. Il
Signore non si occupa minimamente, in alcun modo, di renderlo noto a
tutti; essi non sentono neanche una voce o notizia di una tal cosa.
Sotto il Vecchio Testamento, "In Giuda DIO è ben conosciuto, il
suo nome è grande in Israele. Il suo tabernacolo è in Salem e la sua
dimora in Sion." Sl. 76:1, 2. "Egli ha fatto conoscere
la sua parola a Giacobbe, i suoi statuti e i suoi decreti a Israele.
Egli non ha fatto questo con alcun'altra nazione, ed esse non conoscono
i suoi decreti." Sl. 147:19, 20. Da cui quegli appellativi, e
anche imprecazioni, dei pagani—come Gr. 10:25 "Riversa la tua
ira sulle nazioni che non ti conoscono e sui popoli che non invocano il
tuo nome;" dei quali avete la completa descrizione in Ef. 2:12 "eravate
in quel tempo senza Cristo, estranei dalla cittadinanza d'Israele e
estranei ai patti della promessa, non avendo speranza ed essendo senza
Dio nel mondo." Anche sotto il Nuovo Testamento, nonostante la
chiesa abbia "allungato le sue corde, e rafforzato i suoi pali"
e "molte nazioni siano venute al monte del Signore"—così
tanti da essere chiamati "tutte le genti", "tutte le
nazioni", invero, "il mondo", il "mondo intero",
in confronto al piccolo distretto della chiesa dei Giudei—tuttavia ora
anche la Scrittura e l'esperienza rendono lampante che molti sono
ignorati, invero, milioni di anime che non ricevono mai una parola di
Cristo, né di una riconciliazione da parte sua; di cui non possiamo
dare altra ragione che "Sì, o Padre, perché così ti è
piaciuto," Mt. 11:26. Per la Scrittura, avete lo Spirito Santo
che espressamente proibisce agli apostoli di andare in diversi posti con
la parola, ma inviandoli in un'altra direzione, Atti 16:6, 7, 9, 10; che
è spiegabile nella vecchia dispensazione in alcuni particolari, in cui "egli
ha lasciato che tutte le nazioni seguissero le loro strade;"
cap. 14:16. E per l'esperienza, senza dilungarsi sui particolari, chiedi
a chiunque dei nostri fratelli che sia stato una qualche volta nelle
Indie, e ti dispiegherà la verità facilmente.
Le eccezioni a questo argomento sono deboli e frivole,
alle quali ci riserviamo di rispondere. In breve: come viene rivelato a
quelle migliaia di figli di infedeli, che il Signore esclude nella loro
infanzia, che non hanno il diritto di tormentare il mondo, di
perseguitare la sua chiesa, né di disturbare la società umana? E
allora in che modo fu rivelato ai loro genitori, dei quali Paolo afferma,
che dalle opere di Dio essi avrebbero potuto essere condotti alla
conoscenza della sua eterna potenza e divinità, ma che sarebbe stato
totalmente impossibile che essi conoscessero alcuna cosa della
redenzione o di un Redentore?
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LIBRO IV
CAPITOLO IV
Risposta al secondo argomento generale per l’universalità
della redenzione
[...]
Il primo e più importante passo è I Ti. 2:4-6,
"Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, e vengano alla
conoscenza della verità ... Cristo diede se stesso per prezzo di
riscatto per tutti, secondo la testimonianza riserbata a' propri
tempi." Da cui essi traggono questo argomento, "Se Dio volesse
che tutti gli uomini siano salvati, allora Cristo sarebbe morto per
tutti; ma Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati, e vengano alla
conoscenza della verità: di conseguenza, Cristo è morto per tutti gli
uomini."
Risp. Tutta la forza di questo argomento si
trova nell’ambiguità della parola tutti, che avendo diversi
significati, e dovendosi interpretare in modo appropriato all’argomento
corrente e alle cose e persone di cui si parla, può confermare il tutto
o negare diverse proposizioni, secondo l’accezione della parola che
viene osservata. Che tutti o tutti gli uomini non sempre intenda ogni
singolo individuo che fu, è, o sarà, può essere evidente da quasi
cinquecento occorrenze nelle Scritture. Intendendo quindi tutti e tutti
gli uomini distributivamente, cioè per alcuni di ogni tipo, noi
garantiamo il tutto; intendendoli collettivamente, come tutti di ogni
tipo, noi neghiamo il minore,—cioè, che Dio voglia che tutti siano
salvati. Per poter rendere la nostra confutazione di questo una verità
evidente, e gradita al giudizio dello Spirito Santo in questo capitolo,
è necessario considerare due cose: 1. Che cos’è quella volontà di
Dio qui menzionata, con cui egli vuole che tutti siano salvati. 2. Chi
sono quei tutti di cui l’Apostolo sta trattando in questo passo.
1. La volontà di Dio è solitamente distinta fra la
sua volontà d’intenzione e la sua volontà di comando; o piuttosto,
quella parola è usata in riferimento a Dio in questa duplice nozione,—(1.)
Per il suo fine, quello che lui farà; (2.) Per la sua approvazione di
quello che facciamo, con il suo relativo comando. Lasciamo ora che i
nostri oppositori scelgano la loro opzione riguardo a quale significato
della volontà di Dio debba essere accettato, o come egli desideri la
salvezza di tutti.
Primo, se essi dicono che egli lo fa "voluntate
signi" [come segno della sua volontà, NDT], con la sua volontà di
comando, richiedendo, approvando, allora il senso delle parole è questo:
"Dio ha comandato a tutti gli uomini di usare i mezzi con i quali
possono ottenere quel fine, la salvezza, l’utilizzo dei quali è
gradito a Dio in chiunque;" e così è lo stesso con quello che l’Apostolo
scrive in un altro passo, "Dio comanda che ovunque tutti gli uomini
si pentano." Ora, se se questo è il modo con cui egli vuole la
salvezza di tutti quelli qui menzionati, allora certamente tutti quelli
non possono essere di più di quelli a cui egli ha garantito e rivelato
i mezzi della grazia; che infatti sono una gran moltitudine, ma comunque
non una centesima parte della posterità di Adamo. Inoltre, se
intendiamo la volontà di Dio di salvezza per gli uomini in questo senso,
noi neghiamo il seguito della proposizione, cioè che Cristo morì per
quanti Dio vuole che siano salvati. Il fondamento del comando di Dio
agli uomini di usare i mezzi loro forniti non è la morte di Cristo per
loro in particolare, ma la connessione che egli stesso, per suo decreto,
ha fissato tra queste due cose, fede e salvezza; essendo la morte di
Cristo abbondantemente sufficiente per offrire quella connessione a
tutti, essendoci abbastanza in essa per salvare tutti i credenti.
Secondo, Se la volontà di Dio viene intesa come la
sua volontà efficace, la volontà del suo fine e compiacimento (come
invero a me sembra estremamente evidente che questa sia quella intesa
qui, perché la volontà di Dio è resa il terreno delle nostre
suppliche, come se in queste nostre preghiere noi dovessimo dire solo
"Sia fatto" - che è ottenere che tutti siano salvati: ora,
noi abbiamo una promessa da ricevere da Dio "qualunque cosa
chiediamo secondo la sua volontà" I Gv. 3:22; e quindi la volontà
di Dio, che è qui proposta come fondamento delle nostre preghiere, deve
necessariamente essere la sua volontà effettiva o piuttosto efficace,
che è sempre realizzata); se è così interpretata, dicevamo, allora
certamente essa deve essere compiuta, e salvati tutti coloro che egli
voglia salvare; perché tutto quello che Dio può fare e vuole fare,
certamente avverrà e sarà compiuto. Che Dio possa salvare tutti (non
considerando il suo decreto) nessuno lo dubita; qui però sia afferma
che egli voglia salvare tutti: quindi, se questi tutti fossero tutti ed
ogni singolo, allora tutti ed ogni singolo certamente sono salvati.
"Mangiamo e beviamo, perché domani noi moriremo." "Chi
ha resistito alla volontà di Dio?" Ro. 9:19. "Egli fa tutto
ciò che gli piace," Sl. 115:3. "Egli opera come gli piace,
nell'esercito del cielo, e con gli abitatori della terra;" Da.
4:35. Se tutti, quindi, deve essere inteso come tutti gli uomini
universalmente, una di queste cose deve di necessità seguire: o che Dio
ha fallito il suo scopo ed intenzione, oppure che tutti gli uomini
universalmente sono salvati; il che ci conduce alla seconda
considerazione sulle parole, ossia chi si intende con tutti gli uomini
in questo passo.
2. Per tutti gli uomini, l’apostolo qui intende
ogni sorta d’uomini indefinitamente che vivono sotto il vangelo, o in
questi ultimi tempi, sotto la dispensazione maggiore dei mezzi di grazia.
Che sia inteso solo gli uomini del tempo presente è un’affermazione
di Arminius stesso, discutendo con Perkins di questo passaggio. L’estensione
dell’apostolo, trattando dell’ampiezza, allargamento e portata della
grazia nella sua amministrazione esteriore sotto il vangelo, non
soffrirà d’essere negata. Questo egli pone come fondamento della
nostra preghiera per tutti, perché i mezzi della grazia e la dimora
della chiesa adesso non sono più confinati agli stretti limiti di una
sola nazione, ma promiscuamente e indefinitamente estesi a tutti i
popoli, dialetti e linguaggi; e ad ogni sorta di uomini fra di essi,
nobili o umili, ricchi o poveri, uno con l’altro. Noi affermiamo
quindi, che con le parole tutti gli uomini sono qui intesi solo ogni
sorta di uomini, secondo il proposito dell’apostolo, che era di
mostrare che tutte le differenze esterne tra gli uomini sono ora rimosse;
che ex abundanti noi confermeremo ulteriormente con le seguenti ragioni:
Primo, Ci teniamo saldamente legati al senso e
significato più comune, cioè che la parola tutti è nelle Scritture
usata più comunemente in questo senso (cioè, molti di ogni tipo), e
non c’è nulla nel soggetto qui trattato che debba nel benché minimo
modo spingerci ad un’altra accezione della parola, e specialmente come
un’insieme universale di ogni individuo. In questo modo, del nostro
Salvatore viene detto che cura ogni malattia, e che i Farisei pagano la
decima di ogni erba, Luca 11:42.
Secondo, Paolo stesso ci ha condotto chiaramente a
questa interpretazione; perché dopo che ci ha incoraggiato a pregare
per tutti, perché il Signore vuole che tutti siano salvati, egli
espressamente fa capire che per tutti gli uomini egli intenda uomini di
ogni sorta, rango, condizione, e ordine, distribuendoli tutti in
differenti tipi, menzionandone espressamente alcuni, come "i re e
per tutti quelli che sono in autorità". Non diversamente dall’espressione
che abbiamo in Gr. 29:1,2 "OR queste sono le parole delle lettere
che il profeta Geremia mandò di Gerusalemme al rimanente degli anziani
di quelli ch'erano stati menati in cattività, ed a' sacerdoti, ed a'
profeti, ed a tutto il popolo, che Nebucadnesar avea menato in
cattività di Gerusalemme in Babilonia (dopo che il re Geconia fu uscito
di Gerusalemme, insieme con la regina, e con gli eunuchi, e coi principi
di Giuda, e di Gerusalemme, e co' fabbri, e ferraiuoli)," dove
tutto il popolo è interpretato come alcuni di ogni sorta, secondo una
distribuzione di essi in diversi ordini, classi e condizioni in cui si
trovavano. Non diversamente l’apostolo interpreta quei tutti gli
uomini da lui menzionati, dandoci i nomi di alcuni di quegli ordini e
condizioni intesi. "Pregate per tutti gli uomini", ha detto,
cioè ogni sorta d’uomo, come i magistrati, tutti quelli che hanno
autorità, essendo ora giunto il tempo in cui, senza tali distinzioni
come erano state precedentemente osservate, il Signore salverà alcuni
di ogni tipo e nazione.
Terzo, Siamo tenuti a pregare per tutti quelli che
Dio voglia salvare. Ora, noi non dovremmo pregare per tutti ed ogni
singolo individuo, poiché sappiamo che alcuni sono reprobi e peccano
fino alla morte; riguardo ai quali noi abbiamo un espresso avvertimento
di non pregare per loro.
Quarto, Saranno salvati tutti coloro che Dio vorrà
salvare, e questo non osiamo negarlo, perché "chi può resistere
alla sua volontà?". Vedendo quindi che è estremamente certo che
non tutti sono salvati (poiché alcuni resteranno nella mano sinistra),
non è possibile che in questo passo sia intesa la globalità degli
uomini.
Quinto, Dio vuole la "salvezza" non meno di
quanto voglia che si "giunga alla conoscenza della verità."
Queste due cose hanno uguale rilievo e sono congiunte nel testo. Ma non
è la volontà del Signore che tutti ed ogni singolo uomo, in ogni epoca,
debba venire alla conoscenza della verità. In antichità, "Egli
annunziò le sue parole a Giacobbe; I suoi statuti e le sue leggi ad
Israele. Egli non ha fatto così a tutte le genti; Ed esse non conoscono
le sue leggi," Sl. 147:19,20. Se egli avesse voluto che tutti
pervenissero alla conoscenza della verità, perché mostrò la sua
parola, senza la quale quella non è raggiungibile, ad alcuni e non ad
altri? "Nelle età passate ha lasciato camminare nelle loro vie
tutte le nazioni," At.14:16, e ha "dissimulati i tempi dell’ignoranza",
At. 17:30, nascondendo il mistero della salvezza da quelle epoche
passate, Cl. 1:26, continuando rispetto ad alcuni la medesima
dispensazione fino ai nostri giorni; e questo perché "così gli è
piaciuto", Mt. 11:25, 26. E’ quindi evidente che Dio non vuole
che tutti ed ogni singolo uomo nel mondo, in tutte le epoche ed età,
dovesse pervenire alla conoscenza della verità, ma solo ad ogni sorta d’uomini
senza differenze; e quindi, solo questi sono qui intesi.
Queste, e simili ragioni, che ci spingono ad
intendere per tutti gli uomini, verso 4, i quali Dio vuole che siano
salvati, come uomini di ogni sorta, allo stesso modo prevalgono per l’accezione
della parola tutti, verso 6, dove dice che Cristo ha dato se stesso come
"riscatto per tutti"; cui si può aggiungere tutte quelle
argomentazioni con cui noi precedentemente abbiamo dichiarato essere di
assoluta necessità e giusta equità che tutti coloro per i quali fu
pagato un riscatto debbano partecipare a quel riscatto, e se accettato
come sufficiente, messi in libertà. Pagare ed accettare un riscatto fa
intendere una commutazione e un rilascio in libertà di tutti coloro per
cui è stato pagato ed accettato il riscatto. Per tutti, quindi, non si
può intendere altri che i redenti, quelli riscattati da Gesù Cristo, i
quali, per lui e in virtù del prezzo del suo sangue, sono assolti alla
gloriosa libertà dei figli di Dio; il che, poiché è esplicitamente
detto essere alcuni di ogni tipo, Ap. 5:9 (il quale passo è esplicativo
di ciò), rende apertamente falso che siano tutti universalmente nel
mondo.
[…]
II Pi. 3:9 "Il Signore ... è paziente verso di
noi non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento."
"La volontà di Dio," dicono alcuni, "per la salvezza di
tutti, è qui esposta sia negativamente, dove Egli vorrebbe che nessuno
perisca, sia positivamente, dove Egli vorrebbe che tutti giungano al
ravvedimento; ora, visto che non si giunge al ravvedimento né si sfugge
alla distruzione se non per il sangue di Cristo, è evidente che quel
sangue fu sparso per tutti."
Risp. Non sarà necessario spendere molte parole in
risposta a questa obiezione, trascinata dall'errata comprensione e dalla
palpabile corruzione del senso di queste parole dell'apostolo. E' una
regola fin dal principio della Scrittura, che le espressioni indefinite
e generali siano da interpretarsi in appropriata misura rispetto alle
cose riguardo alle quali sono affermate. Vedete, dunque, di chi
l'apostolo sta qui parlando. "Il Signore", dice, "è
paziente verso di noi, non volendo che alcuno perisca." Non ci
insegnerà forse il senso comune che quel noi deve essere ripetuto nelle
proposizioni seguenti, per renderle complete e compiute, ovvero,
"Non volendo che alcuno di noi perisca, ma che tutti noi veniamo a
ravvedimento"? Ora, chi sono questi di cui parla l'apostolo, ai
quali scrive? Coloro che hanno ricevuto "le preziose e grandissime
promesse," cap. 1:4, i quali chiama "carissimi", cap.
3:1; i quali contrappone agli "schernitori" degli "ultimi
giorni", cap. 3:3; dei quali il Signore ha riguardo nella
disposizione di questi giorni; che sono detti essere "eletti",
Mt. 24:22. Ora, veramente, ribattere che, poiché Dio non vuole che
nessuno di essi perisca, ma che tutti loro vengano al ravvedimento,
allora Egli ha il medesimo volere ed intenzione verso ogni singolo
individuo nel mondo (anche quelli ai quali Egli non rende mai nota la
sua volontà, né chiama mai al ravvedimento, se mai neanche una volta
giunge alle loro orecchie questa via per la salvezza), non è molto
lontano dall'essere estrema pazzia e follia. Nè è di alcun peso al
contrario, che non erano tutti eletti quelli a cui Pietro scrisse:
perché nel giudizio di carità egli li stimò tanto, desiderando che
essi si sforzassero "di rendere sicura la loro vocazione ed
elezione", cap. 1:10; inoltre egli espressamente chiama quelli a
cui aveva scritto la sua precedente epistola "eletti" I Pi.
1:2, e "una stirpe eletta" così come "un popolo
acquistato", I Pi. 2:9. Non avrò bisogno di aggiungere nulla
riguardo alle contraddizioni e le inestricabili difficoltà cui
l'interpretazione opposta si accompagna (come, che Dio debba desiderare
che vengano al ravvedimento quanti Egli taglia via nella loro infanzia
fuori dal patto, quanti Egli odia dall'eternità, ai quali Egli nascose
i mezzi della grazia, ai quali Egli non darà ravvedimento, e tuttavia
sa che è totalmente impossibile che essi possano giungervi senza che
sia Lui a spingerli). Il testo è chiaro, che si tratta di tutti e solo
degli eletti che Egli desidera che non periscano."
Traduzione a cura di Andrea Suraci, 2007. Fonte:
http://www.ccel.org/ccel/owen/deathofdeath.i.i.html
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