Logica e Scrittura
Ron Hanko
La Domanda
La logica ha un posto nello studio della Scrittura?
I teologi evangelici moderni hanno dato, nel migliore
dei casi, risposte molto ambigue a questa domanda. Se da un lato non
rifiutano del tutto l’uso della logica (chi può farlo?) ciò
nonostante rifiutano di affrontare molte conseguenze logiche di alcuni
loro personali insegnamenti, insegnando molte dottrine incoerenti dal
punto di vista logico, come la dottrina di due volontà contraddittorie
in Dio, e screditano quelli che insistono su una costruzione logica
della verità chiamandoli "razionalisti."
Quando le loro incoerenze sono messe in evidenza essi
sorridono beffardamente a questa "mera logica umana," e
parlano di "mistero" o di "incomprensibilità" per
nascondere il fatto che quanto dicono è un nonsenso. E cosa essi
realmente intendono con "mistero" risulta evidente quando
iniziano a parlare di "paradosso," "antinomia,"
"tensione," e di apparenti o reali contraddizioni nella Parola
di Dio.
Cosa pensare di tutto questo?
Fare appello al mistero suona molto pio alla maggior
parte dei credenti poiché anche la Scrittura parla di mistero. Ma
queste persone stanno seguendo il concetto biblico di "mistero"
quando usano questa parola col significato di "contraddizione"
o "paradosso?" Quando la Bibbia parla di misteri fa essa mai
riferimento a dottrine che si contraddicono l’una con l’altra e sono
impossibili da comprendere? Vi possono essere verità riguardanti Dio o
l’insegnamento della Scrittura che si contraddicono l’una con l’altra?
E rimanendo a tema: l’incomprensibilità di Dio
significa forse che possiamo credere cose contraddittorie su di Lui? E’,
almeno a volte, impossibile comprendere e dare un senso a cosa Dio dice
riguardo a Se Stesso e la Sua Parola? Questa sembrerebbe essere la
conclusione di alcuni di quelli che così spesso denigrano l’uso della
logica e che sostengono che in Dio e nella Scrittura vi sia ogni tipo di
contraddizione, e che la razionalità è incompatibile con l’incomprensibilità
di Dio.
Infine, è razionalismo insistere sul fatto che le
dottrine della Scrittura devono essere logicamente coerenti tra loro?
Questa è l’accusa portata contro quelli che insistono sul fatto che
gli insegnamenti della Scrittura non possono contraddirsi. Forse che
essi esaltano la logica al di sopra della Scrittura quando cercano di
armonizzare le verità della Scrittura e porle in un sistema logico e
coerente? Molti, certamente, sosterrebbero che essi lo fanno.
Logica
Forse la ragione per cui l’appello contro la logica
ha tanto successo è perchè la parola evoca nella mente dell’uomo
moderno, perfino in quella del Cristiano, un freddo e sterile sistema di
dottrine che non ha relazione con la vita ed è completamente senza
passione o calore. Tuttavia questa visione della logica è sbagliata.
Per far svanire queste nozioni errate, ci aiuterà
ricordare che la parola "logica" viene dal greco "Logos,"
tradotto "Parola" in Giovanni 1:1-14, ed è usato come un nome
per il nostro Signore Gesù Cristo. Né è in qualche modo più strano
pensare a Cristo in termini di logica che pensarlo in termini di Parola.
Collegare logos con il discorso o con la parola parlata è
semplicemente dire che è attraverso di Lui che Dio ci parla e si rivela
a noi. Collegare logos con "logica" è semplicemente
dire che quando Dio ci parla attraverso Suo figlio parla razionalmente e
intelligibilmente. Infatti, questo è il miracolo della rivelazione: non
solo che Dio ci parla, ma che possiamo comprendere quello che
dice e realizzare il senso di ciò che dice.
James O. Buswell afferma:
Quando accettiamo le leggi della logica, noi non
stiamo accettando leggi esterne a Dio alle quali Egli deve essere
soggetto, ma stiamo accettando leggi di verità che sono derivate
dal carattere santo di Dio … La Bibbia, in quanto libro scritto in
linguaggio umano, sostiene di dire la verità. Se la parola verità
non è priva di significato, essa sottintende le leggi della
verità, e cioè le leggi della logica.
Ovviamente noi non neghiamo che un’operazione dello
Spirito sia necessaria all’uomo naturale per capire quello che Dio
dice. Ma il problema con i non credenti non è che quello che Dio dica
sia inintelligibile o irrazionale, ma che l’uomo naturale è stolto.
Egli non vuole comprendere. Egli è un pò come uno straniero che
finge di non capire l’inglese in modo da evitare uno sgradevole
confronto con le autorità.
La logica è semplicemente pensare in modo corretto,
e le regole della logica sono regole per pensare in modo corretto. Se
questo entra nella nostra mente non penseremo in modo così
dispregiativo della logica. Sicuramente Dio vuole che noi pensiamo
correttamente riguardo a Sè, riguardo a ciò che è giusto e ciò che
è sbagliato e riguardo a tutte le altre cose. E, similmente, quindi,
deve essere peccato pensare erroneamente riguardo a Dio, alla Sua
verità, o alla moralità. Dire che è giusto ciò che è sbagliato, o
che è sbagliato ciò che è giusto, è da attribuirsi ad un modo di
pensare sbagliato e peccaminoso (Isaia 5:20). Pensare in modo giusto,
almeno riguardo alle cose di Dio, non solo è qualcosa di appropriato,
ma ci è richiesto, come anche ogni modo di pensare sbagliato è
condannato (Salmo 50:21; Filippesi 4:8).
Pensare in modo giusto, quindi, è pensare basandosi
sulla Parola di Dio. Esso è, prima di tutto, un modo di pensare in
armonia con tutto quello che la Parola insegna. Noi dobbiamo pensare
quello che Dio pensa. Noi abbiamo i Suoi pensieri nella Parola. E così,
proprio come nella confessione noi diciamo ciò che Lui dice, allo
stesso modo nel pensare noi pensiamo quello che Lui rivela: i Suoi
propri pensieri (Salmo 10:4). Questo è il problema dell’empio: Dio
non è in tutti i suoi pensieri. Perciò noi dobbiamo fare "prigioniero
ogni pensiero fino a renderlo ubbidiente a Cristo" (II Corinzi
10:4).
Pensare in modo corretto, però, significa pensare in
modo razionale e sensato. Pensare in modo corretto non sarà solo
pensare basandosi sulla parola di Dio, ma in modo intelligibile e
razionale. Proprio perché i "pensieri" della Parola sono la
rivelazione di Dio, essi non sono irrazionali, senza senso,
contraddittori ed impossibili da comprendere.
A riguardo noi concordiamo con Gordon Clark quando
chiede:
Non è strano, a riguardo, che un teologo può
essere così fortemente legato alla dottrina dell’espiazione, o un
pietista all’idea della santificazione, che tuttavia è spiegata
solo in alcune parti della Scrittura, e tuttavia essere ostile o
sospettoso della razionalità e della logica, esibiti in ogni verso
della Scrittura? (An Introduction to Christian Philosophy, p. 72).
Né è di alcuno aiuto sogghignare a questa "mera
logica umana." Perché sarebbe come sogghignare alla "pura
aritmetica umana," come Gordon Clark suggerisce altrove quando egli
domanda:
Due più due fa quattro per l’uomo, ma fa
undici per Dio? ("God and Logic," Trinity Review, n.
16)
Razionalismo e Razionalità
Tutto ciò ci conduce ad un altro punto importante,
una difesa della razionalità. Razionalità non è lo
stesso che razionalismo. Quando qualcuno insiste che è una
contraddizione, un impossibile nonsenso, dire che Dio vuole e non vuole
la salvezza dei reprobi, egli è immediatamente accusato di razionalismo.
Ma costui è semplicemente razionale, che è qualcosa di diverso.
La cosa che necessita di un chiarimento è che non è
razionalismo essere razionali e insistere sul fatto che la
verità è razionale ed ha senso. Razionalismo è un pensare che non
comincia interamente da Dio e dalla Scrittura e che di conseguenza non
va mai da nessuna parte. E’ infatti il razionalismo che ha condotto l’uomo
moderno sull’orlo della totale irrazionalità e anarchia nella
filosofia, nell’arte, nella scienza e nell’etica. Nel separare il
suo pensiero dalla Scrittura egli è finito nel nonsenso.
Francis Schaeffer afferma:
Il Cristianesimo ha l’opportunità, quindi, di
parlare chiaramente del fatto che la sua risposta possiede proprio
ciò di cui l’uomo moderno ha bisogno e di cui ha disperato: l’unità
di pensiero. Essa provvede un risposta unificata per ogni ambito
della vita. E’ vero che l’uomo dovrà rinunciare al suo
razionalismo, ma quindi, sulla base di ciò che può essere discusso,
egli ha la possibilità di recuperare la sua razionalità. Potete
vedere ora perchè prima io ho sottolineato così fortemente la
differenza tra razionalismo e razionalità. L’uomo moderno ha
perso quest’ultima (Escape from Reason, p. 82).
Quindi, quando un teologo cerca di riflettere
profondamente su qualcosa e cerca di riconciliare gli insegnamenti della
Scrittura egli non è un razionalista. E’ infatti il compito
del teologo quello di sistematizzare le verità della Scrittura così
che esse siano in relazione l’una con l’altra senza contraddirsi.
Eliminare la logica e la razionalità equivale a distruggere perfino la
possibilità di fare teologia. Tuttavia è proprio questo ciò che molti
teologi insistono si deve fare.
Il problema qui, dunque, non è quello di mettere in
contrasto rivelazione e razionalismo, ma è determinare se la
rivelazione è razionale, e cioè, se, quando Dio parla, lo fa
razionalmente e intelligibilmente e in un modo che noi possiamo capirlo.
E, se, quando Dio parla, lo fa attraverso contraddizioni e paradossi, e
quindi parla in maniera irrazionale. Per fare un esempio: il fatto che
un quadrato sia rotondo, è nonsenso. Qualcuno potrà crederlo, ma in
quel caso può ben essere accusato di essere irrazionale e perfino pazzo.
Sono contraddizioni come queste che i teologi
difendono quando dicono che Dio possiede due volontà, che Egli vuole e
non vuole salvare tutti gli uomini, che Lui ama e non ama i non salvati
o che nell’amarli prima e nell’odiarli poi Egli rimane immutabile.
Respingere queste contraddizioni non è razionalismo, ma razionalità,
ed inoltre è un rifiuto di ogni irrazionalità.
Il Mistero
E’ a questo punto che l’intero argomento del
mistero fa la sua apparizione. Per difendere le loro contraddizioni i
teologi affermano "E’ un mistero." A chi ha considerato poco
queste cose questo modo di fare appare molto buono. Dopo tutto, la
Bibbia parla di misteri, e nel linguaggio di ogni giorno questa parola
sembra significare "qualcosa che noi non possiamo capire."
Cosi il teologo sembra perfettamente giustificato nell’usare la parola
"mistero" nel senso di "qualcosa impossibile da capire—una
contraddizione."
Tuttavia, questo non è il significato Biblico della
parola "mistero." Nella Scrittura la parola significa "qualcosa
che l’uomo naturale non può capire perchè è uno stolto, ma che è
rivelato ai figli di Dio da quest’ultimo, e che può e deve essere capito
da essi." Paolo parla in Efesini 3:3-5 del mistero "che non fu
fatto conoscere nelle altre età ai figli degli uomini, come ora è
stato rivelato ai santi apostoli e ai suoi profeti per mezzo dello
Spirito." Nè questo mistero è capito solo dai teologi o dai
leader come Paolo, ma fu dato così che "nel leggere questo, voi
[i membri di chiesa ordinari] potete capire quale sia
la mia conoscenza del mistero di Cristo."
Perfino nell’uso comune della parola, tuttavia, i
teologi sono in errore nel protendere il suo significato così che esso
possa nascondere le loro contraddizioni e paradossi. Quando noi parliamo
della dottrina della Trinità come un mistero, noi non vogliamo
intendere "qualcosa impossibile da capire—una contraddizione."
Noi non vogliamo dire, in altre parole, che la dottrina della Trinità
si autocontraddice e che è irrazionale, ma solo che non possiamo interamente
capirla.
Se la dottrina della Trinità significasse che Dio è
un Dio e tre Dei o una Persona e tre Persone (come sostiene Cornelius
Van Til) sarebbe una contraddizione e sarebbe inintelligibile. Dio non
può allo stesso tempo essere un solo Dio e tre Dei. Ma la Trinità
significa soltanto che Dio è un Dio e tre Persone. Ciò può essere
difficile da capire interamente, ma non è una contraddizione—non è
un mistero nel senso di una "contraddizione."
Nè le dottrine della sovranità di Dio e della
responsabilità dell’uomo sono un mistero nel senso che esse si
contraddicono l’una con l’altra. Se lo fossero noi dovremmo
scegliere tra una delle due. Grazie a Dio, non dobbiamo. Esse sono un
mistero nel senso che noi non potremmo pienamente comprendere come esse
sono riconciliabili, ma esse non si contraddicono tra di loro, non sono
un paradosso. Quindi noi siamo d’accordo con Herman Hoeksema quando
dice:
Esse sarebbero contraddittorie se la prima
proposizione negasse quanto affermato dalla seconda. Ma ciò non è
vero. La prima proposizione afferma qualcosa riguardo a Dio: Egli è
assolutamente sovrano e determina le azioni dell’uomo. La seconda
predica qualcosa riguardante l’uomo: egli è responsabile per i
suoi atti morali. La prima proposizione nega che l’uomo è
responsabile? Se è cosi voi avete qui una contraddizione. Ma non è
così. Quelli a cui piace scoprire qui una contraddizione, di solito
i nemici della verità della sovranità di Dio, danno semplicemente
per scontato che affermare che Dio è sovrano perfino sulle azioni
umane è lo stesso che dire che l’uomo non è responsabile
("The Text of a Complaint"—ristampe fotocopiate dal
volume 21 e 22 di the Standard Bearer, p. 19).
Dire che Dio ama e non ama i reprobi non è un
mistero ma una contraddizione. E’ impossibile dare un senso all’idea
che Dio ama i reprobi per un pò e che dopo cessa di amarli e, malgrado
questo, Egli rimane immutabile. Sono tali contraddizioni che noi
respingiamo e che dovrebbero essere rigettate nella teologia Riformata.
La Logica e la Dottrina di Dio
Qui c’è in gioco di più che solo la questione se
ci è possibile o meno credere delle contraddizioni, come molti teologi
moderni affermano che noi possiamo e dovremmo farlo. Qui è in gioco la
vera natura e l’essere di Dio.
Un attributo basilare di Dio è la Sua semplicità,
un attributo del quale di solito si sente parlare poco. La Confessione
Belga elenca per primo questo attributo:
Noi tutti
crediamo con il cuore e confessiamo con la bocca, che vi è una sola
e semplice essenza spirituale, che noi chiamiamo Dio eterno,
incomprensibile, invisibile, immutabile, infinito, il quale è
onnipotente, onnisciente, giusto, e buono e fonte sovrabbondante di
ogni bene. (articolo 1).
Ma questo attributo è così poco conosciuto che il
linguaggio della Confessione Belga suona strano alle nostre
orecchie.
La semplicità di Dio significa che Egli non è
diviso. Questo è vero in primo luogo in riferimento alle tre persone
della Trinità—che essi non sono Dei separati, ma che insieme sono
un solo Dio. Inoltre, ciò è vero in connessione agli attributi di
Dio, che non possono essere divisi l ’uno
dall’altro,
o posti l’uno
contro l’altro.
Non c’è,
per esempio, divisione o conflitto tra la Sua giustizia e la Sua
misericordia. La Sua grazia sarà sempre giusta e la Sua giustizia
sarà sempre misericordiosa. Quindi, non c’è
contraddizione o disarmonia in Dio. Egli è uno ed indiviso nella sua
Persona, nei Suoi attributi, nel Suo proposito e volontà, e nelle Sue
opere. Le Sue opere non sono mai in conflitto con il Suo proposito, ne
il Suo proposito con se stesso.
Questo attributo è negato da quelli che vogliono
trovare delle contraddizioni nella volontà di Dio o tra la Sua
volontà e le Sue opere. Non solo essi promuovono l ’irrazionalità,
ma negano la Sua semplicità e sono in conflitto con ciò che la
Scrittura insegna riguardo Dio (I Giovanni 1:5). Trovare
contraddizioni in Dio è negare Dio. Ci sono molte cose su Dio che noi
non possiamo penetrare, molte cose che non possiamo del tutto
comprendere [questo vuol dire, nella teologia Riformata, che Dio è incomprensibile,
ovvero non totalmente comprensibile—FDL] ma in Lui non c’è
nessuna oscurità.
La Logica e la Dottrina della Scrittura
La "teologia
del paradosso e della contraddizione"
è anche un diniego della dottrina della Scrittura. Se nella Scrittura
c’è
contraddizione, allora la Scrittura non è più rivelazione. Una
contraddizione non "rivela"
niente. Essa rende la conoscenza e la comprensione impossibili. Nè la
Scrittura è perfetta ed infallibile se in essa ci sono delle
contraddizioni. Una contraddizione, in qualunque modo uno la guardi,
è un imperfezione, un errore.
La regula Scripturae, la regola della
Scrittura, uno dei grandi principi della Riforma, insegna che c ’è
una coerente linea di insegnamento che attraversa la Scrittura dall’inizio
alla fine. Questo, naturalmente, deriva dal fatto che essa è la
Parola di Dio. Se quest’ultima
fosse solo una serie di libri scritti da uomini differenti non ci
dovremmo aspettare nè unità nè coerenza, ma siccome lo Spirito
Santo è l’autore
delle Scritture, essa possiede sia unità che coerenza in tutto quello
che dice. Questo è sottinteso nelle parole di Gesù in Giovanni
10:35: "la Scrittura non può essere rotta"
[inglese "broken"—FDL]. Trovare delle
contraddizioni nelle Scritture, che sia riguardino Dio o dei dettagli
storici, è negare che esse sono l’infallibile Parola di Dio.
Ciò non significa che noi capiamo ogni passo della
Scrittura. Sicuramente ci sono dei passaggi che per noi sono difficili
da conciliare, ma chiunque crede nell’infallibilità della Scrittura
insisterebbe che semplicemente siamo noi che non li capiamo (ma non
che non potremo in futuro capirli, o che qualcun altro necessariamente
non può capirli—FDL). Ammettere che le Scritture sono realmente
contraddittorie equivale a dire che in esse ci sono degli errori e
questo è negare l’autorità delle Scritture come Parola di Dio.
La Logica e la Neo–ortodossia
Ciò che è oltremodo spaventoso, comunque,
riguardo alla tendenza di ammettere contraddizioni nella Scrittura e
nella teologia, è che questo è il vero cuore della neo-ortodossia. L’idea
che la fede è capace di credere nelle contraddizioni, e cioè, che è
l’essenza stessa della fede credere cose irragionevoli, è l’essenza
della teologia dei paradossi di Karl Barth. Egli descrisse la fede
come "un salto nel buio" in quanto essa accetta ogni sorta
di contraddizione: Dio elesse e riprovò Esaù (amandolo ed odiandolo);
Dio elegge e riprova tutti gli uomini; Dio è onnisciente (sa ogni
cosa) tuttavia è limitato nella conoscenza.
I suoi seguaci sono andati ancora oltre. Brunner
negò completamente l’infallibilità della Scrittura insegnando che
la Bibbia è piena di incongruenze e contraddizioni ma che Dio può
rivelarsi e si rivela a noi attraverso queste cose. La teologia,
secondo Brunner, non ha a che fare con la razionalità, con una
verità intelligibile, ne la Bibbia è un sistema di verità. Secondo
lui le contraddizioni e le discrepanze nella Scrittura sono un aspetto
della condiscendenza di Dio verso di noi e che la sola cosa importante
è "incontrare" Dio attraverso le Scritture, non capirle e
crederle alla lettera.
Molti evangelici, al giorno d’oggi, hanno
adottato questa stessa visione della fede, della Scrittura e di Dio.
Anch’essi dicono che la Scrittura non deve essere coerente e in
accordo con se stessa in ogni parte, che la conoscenza di Dio può
essere piena di paradossi, antinomie e contraddizioni e che la fede
per sua stessa natura può accettare tali contraddizioni e
irrazionalità senza problemi.
Un esempio che viene alla mente è quello di un
ministro Riformato che cercò di difendere la libera offerta del
Vangelo e la grazia comune in base ad un tale appello all’irrazionalità.
Egli stava provando a rispondere all’accusa che per Dio mostrare
amore e grazia ai condannati attraverso doni naturali e in una libera
offerta del Vangelo rende Dio mutabile, cioè, ora Egli li ama e poi
smette di amarli quando li manda all’Inferno. Per difendersi, quest’uomo
disse che Dio è immutabile ma come Sovrano potrebbe tuttavia "decretare
per Se stesso una serie di differenti disposizioni." In altre
parole, nonostante Lui sia immutabile, Egli in quanto Sovrano potrebbe
decidere di voler cambiare la Sua attitudine verso i reprobi
malvagi. Detto più semplicemente, egli stava dicendo che nonostante
Dio sia immutabile può cambiare.
Il neo-ortodosso Karl Barth lo diceva così:
Noi possiamo credere che Dio può e deve solo
essere assoluto in contrasto con tutto ciò che è relativo … ma
tali credenze sono mostrate essere abbastanza indifendibili,
corrotte e pagane, dal fatto che Dio infatti è e fa questo in
Gesù Cristo. Noi non possiamo renderle lo standard in base al
quale cosa Dio può o non può fare, o la base su cui giudicare
che nel fare questo Lui si caccia in auto-contraddizioni … Egli
è assoluto, infinito, esaltato, attivo, impassibile, trascendente,
ma in tutto questo Egli è L’Uno che è libero nel Suo amore, e
perciò non prigioniero di se stesso. Egli è tutto questo in
quanto Signore, ed è in tal maniera che abbraccia gli
opposti di questi concetti (cioè, Egli è anche relativo,
finito, passivo, capace di soffrire, e sorpassato in gloria)
perfino mentre è superiore a loro (Church Dogmatics,
IV, i, 55, p. 183 e a seguire; corsivo mio).
Che sta dicendo Barth? Sta dicendo che la libertà
e la sovranità di Dio significano che egli può essere infinito e
finito allo stesso tempo, esaltato ed inferiore, onnipotente ed
impotente, immutabile (che non cambia) e tuttavia soggetto a
cambiamenti. Né il riferimento di Barth a Gesù Cristo è nient’altro
se non una cortina fumogena per oscurare il fatto che Egli sta infatti
negando l’assoluta onnipotenza di Dio, la Sua immutabilità e il Suo
essere infinito. Noi non neghiamo che Cristo, nella Sua natura umana
era limitato, mutabile, finito, nato nel tempo. Ma ciò non è quello
che Barth intende. Lui vuole dire, come mostra la prima parte della
citazione, che è da pagani pensare o dire che Dio è assoluto e senza
qualificazione onnipotente, onnisciente, immutabile e infinito. Egli
deve essere anche impotente, limitato nella conoscenza, mutabile e
finito.
Se tu contesti che questo è una sfacciata
contraddizione o paradosso, Barth sarà senza dubbio d’accordo con
te e ti dirà che questo è il motivo per cui ciò è una questione di
fede: la fede non deve comprendere, ma semplicemente crede l’irrazionale.
Questa, inconsciamente o meno, è la stessa conclusione a cui arrivano
molti oggi nel difendere i loro paradossi ed antinomie.
E’ interessante che la conclusione di Barth
riguardo alla teologia è: "Essa non può mai formare un sistema,
comprensivo, come se volesse "sezionare" il suo oggetto"
(Church Dogmatics, III, 3, p. 293). Ciò è semplicemente
dire che non solo la teologia ma anche quello che la teologia cerca,
la conoscenza di Dio, è impossibile.
Noi non neghiamo, quindi, che la fede deve spesso
accettare il fatto di non capire totalmente delle cose. Noi neghiamo
solo che la fede è come un "salto nel buio" che può
accettare nonsensi e cose irragionevoli. Se Dio è Dio, se la
rivelazione è veramente una rivelazione di Dio, e se la Scrittura è
infallibile e infrangibile, non può essere così.
Il Pericolo
Qui il pericolo non è piccolo. In molti modi, la
teologia dei paradossi dà un colpo fatale ai fondamentali. L’idea
che ci possono essere contraddizioni in Dio e nella Scrittura e che la
fede può accettare queste contraddizioni apre le porte a tutti gli
errori del soggettivismo dai quali la chiesa oggi è piagata. Con
soggettivismo, noi intendiamo che i sentimenti e l’esperienza sono
più importanti della dottrina e della verità. "Non dobbiamo
argomentare a favore della verità o provare a dimostrare che è
corretta," come molti dicono. Noi possiamo solo "sentire"
che è corretta e accettarla ciecamente. Provare a comprenderla
sensatamente, fare teologia o insegnare dottrina, è distruggere ogni
possibilità di passione ed amore, e vuol dire declinare nella morte.
La nostra sensibilità ed esperienze possono contraddire molto
chiaramente la Scrittura ma ciò non le rende errate. La fede richiede
che li seguiamo anche se contraddicono la Scrittura.
Noi ci poniamo in opposizione a tali errori e anche in opposizione
a tutta la "teologia" dei paradossi e contraddizioni, che
sia quella di Barth, Niebuhr and Brunner, o la versione più ignorante
della stessa, che oggi passa come evangelicalismo.
Per
altre risorse in italiano, clicca qui. |
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